di Federica Graziadei
All’interno dello splendido Palazzo Paradiso ovvero la Biblioteca Ariostea di Ferrara, lo scorso 14 marzo 2011 si è svolta una performance letterario- musicale organizzata dal Gruppo Scrittori Ferraresi ed ispirata al tema “Patria-nazione nella grande poesia italiana. Da Dante al 1861” .
Durante l’incontro sono stati letti e commentati significativi brani di poeti il cui pensiero ha segnato tappe determinanti nel lento e secolare cammino che ha portato alla dichiarazione del Regno d’Italia, consentendo agli italiani di identificarsi finalmente in uno Stato.
Un’elevata lezione di letteratura italiana per festeggiare il 150° dall’Unità d’Italia con gli intermezzi musicali tratti da G. Verdi e G. Mameli. Presenti all’evento due classi di Quarta Liceo Classico Ariosto e due classi di seconda Media Bonati De- Pisis di Ferrara insieme ai loro insegnanti e numerose autorità cittadine. Dopo le introduzioni di rito, i dovuti ringraziamenti, la Prof.ssa Gianna Vancini (presidente del Gruppo scrittori Ferraresi) e Gina Nalini Montanari, socia e critica letteraria, hanno coordinato l’evento con una ricercatissima esposizione storica letteraria da Dante agli scrittori risorgimentali.
Un piccolo accenno di quanto è stato trattato: già Dante nel De Vulgari Eloquentia denuncia l’esigenza di un’unità linguistica. La nuova lingua doveva affrontare qualsiasi tipo di argomentazione. Non si abita un paese ma si abita una lingua: lingua come identità culturale collettiva.
Poi letture di Petrarca e molto più avanti l’Alfieri con il suo mito della libertà. Alfieri animo fortemente appassionato e determinato: la sua passione esclusiva della vita e un grande senso di odio e disprezzo verso ogni tipo di governo tirannico. La lettura di “Giorno verrà” nuovo sogno futuro popolo italiano, risorgeranno gli italiani.. Ammonisce e invita gli italiani a combattere contro i Galli: tempo di liberarsi da quell'inganno e riscattarsi.
Ugo Foscolo inquieto e angoscioso vede una speranza nella missione di Napoleone è documento l'ode a Bonaparte Liberatore (1797) in cui il generale appare come il campione della Francia rivoluzionaria che « intuona e diffonde di Libertade il nome e mare e cielo libertà risponde». Ma soltanto due anni dopo il «Liberatore» lo costringe alle prime dolorose esperienze e a un’amara delusione a causa del trattato di Campoformio e, ristampando l'ode nel 1799, l'accompagna con una lettera dedicatoria in cui Foscolo esprime la sua delusione politica. Con il trattato di Campoformio Venezia infatti è venduta all' Austria e Foscolo si trova di fronte a un bivio, egli scrive: «Ho stimato mio dovere di tentare con tutte le mie forze che l'Italia potesse in qualche modo risorgere.
Spezzata l'illusione dell'Unità d'Italia. L'unica possibile via di riscatto è ispirarsi ai grandi: le urne dei grandi per spronare le giovani generazioni e prendere il loro esempio. E qui è partita la lettura de’ Sepolcri.
Di Leopardi si è data lettura della canzone“All’Italia” con un evidente richiamo ai valori della patria e della necessità di liberarsi dalla dominazione straniera, valori che il periodo romantico andava diffondendo in tutta l'Europa.
Il tema del timore e della mancata reazione da parte del popolo viene espresso mediante l’uso di una metafora sulla quale è costruita gran parte della canzone: l’Italia è paragonata ad una donna oramai diventata schiava che, non reagisce alle violenze ad essa inflitti. Fa riferimenti a fatti storici, in particolar modo alle guerre che hanno permesso ai popoli di riottenere la loro libertà.
Ha commosso tutti la splendida e famosa Ode Marzo 1821 di Alessandro Manzoni che qui sotto vorrei citarla nella sua interezza perché deve essere letta tutta d’un fiato data l’intensità dei sentimenti patriottici:
Soffermàti sull’arida sponda,
Vòlti i guardi al varcato Ticino,
Tutti assorti nel novo destino,
Certi in cor dell’antica virtù,
Han giurato: Non fia che quest’onda
Scorra più tra due rive straniere;
Non fia loco ove sorgan barriere
Tra l’Italia e l’Italia, mai più!
L’han giurato: altri forti a quel giuro
Rispondean da fraterne contrade,
Affilando nell’ombra le spade
Che or levate scintillano al sol.
Già le destre hanno stretto le destre;
Già le sacre parole son porte:
O compagni sul letto di morte,
O fratelli su libero suol.
Chi potrà della gemina Dora,
Della Bormida al Tanaro sposa,
Del Ticino e dell’Orba selvosa
Scerner l’onde confuse nel Po;
Chi stornargli del rapido Mella
E dell’Oglio le miste correnti,
Chi ritogliergli i mille torrenti
Che la foce dell’Adda versò,
Quello ancora una gente risorta
Potrà scindere in volghi spregiati,
E a ritroso degli anni e dei fati,
Risospingerla ai prischi dolor:
Una gente che libera tutta,
O fia serva tra l’Alpe ed il mare;
Una d’arme, di lingua, d’altare,
Di memorie, di sangue e di cor.
Con quel volto sfidato e dimesso,
Con quel guardo atterrato ed incerto,
Con che stassi un mendico sofferto
Per mercede nel suolo stranier,
Star doveva in sua terra il Lombardo;
L’altrui voglia era legge per lui;
Il suo fato, un segreto d’altrui;
La sua parte, servire e tacer.
O stranieri, nel proprio retaggio
Torna Italia, e il suo suolo riprende;
O stranieri, strappate le tende
Da una terra che madre non v’è.
Non vedete che tutta si scote,
Dal Cenisio alla balza di Scilla?
Non sentite che infida vacilla
Sotto il peso de’ barbari piè?
O stranieri! sui vostri stendardi
Sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;
Un giudizio da voi proferito
V’accompagna all’iniqua tenzon;
Voi che a stormo gridaste in quei giorni:
Dio rigetta la forza straniera;
Ogni gente sia libera, e pera
Della spada l’iniqua ragion.
Se la terra ove oppressi gemeste
Preme i corpi de’ vostri oppressori,
Se la faccia d’estranei signori
Tanto amara vi parve in quei dì;
Chi v’ha detto che sterile, eterno
Saria il lutto dell’itale genti?
Chi v’ha detto che ai nostri lamenti
Saria sordo quel Dio che v’udì?
Sì, quel Dio che nell’onda vermiglia
Chiuse il rio che inseguiva Israele,
Quel che in pugno alla maschia Giaele
Pose il maglio, ed il colpo guidò;
Quel che è Padre di tutte le genti,
Che non disse al Germano giammai:
Va’, raccogli ove arato non hai;
Spiega l’ugne; l’Italia ti do.
Cara Italia! dovunque il dolente
Grido uscì del tuo lungo servaggio;
Dove ancor dell’umano lignaggio
Ogni speme deserta non è;
Dove già libertade è fiorita,
Dove ancor nel segreto matura,
Dove ha lacrime un’alta sventura,
Non c’è cor che non batta per te.
Quante volte sull’Alpe spiasti
L’apparir d’un amico stendardo!
Quante volte intendesti lo sguardo
Ne’ deserti del duplice mar!
Ecco alfin dal tuo seno sbocciati,
Stretti intorno a’ tuoi santi colori,
Forti, armati de’ propri dolori,
I tuoi figli son sorti a pugnar.
Oggi, o forti, sui volti baleni
Il furor delle menti segrete:
Per l’Italia si pugna, vincete!
Il suo fato sui brandi vi sta.
O risorta per voi la vedremo
Al convito de’ popoli assisa,
O più serva, più vil, più derisa
Sotto l’orrida verga starà.
Oh giornate del nostro riscatto!
Oh dolente per sempre colui
Che da lunge, dal labbro d’altrui,
Come un uomo straniero, le udrà!
Che a’ suoi figli narrandole un giorno,
Dovrà dir sospirando: io non c’era;
Che la santa vittrice bandiera
Salutata quel dì non avrà.

Io tra i lettori dell’evento, ho recitato la bellissima e tanto struggente poesia di Luigi Mercantini “ La Spigolatrice di Sapri” (racconta lo sfortunato sbarco di Carlo Pisacane nel regno delle due Sicilie). Il poeta adotta il punto di vista di una lavoratrice dei campi, intenta alla spigolatura e presente allo sbarco, che incontra Pisacane e se ne invaghisce; la donna parteggia per i trecento ma assiste impotente al loro massacro da parte delle truppe borboniche.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Me ne andavo un mattino a spigolare
quando ho visto una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore,
e alzava una bandiera tricolore.
All'isola di Ponza si è fermata,
è stata un poco e poi si è ritornata;
s'è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l'armi, e noi non fecer guerra.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Sceser con l'armi, e a noi non fecer guerra,
ma s'inchinaron per baciar la terra.
Ad uno ad uno li guardai nel viso:
tutti avevano una lacrima e un sorriso.
Li disser ladri usciti dalle tane:
ma non portaron via nemmeno un pane;
e li sentii mandare un solo grido:
Siam venuti a morir pel nostro lido.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Con gli occhi azzurri e coi capelli d'oro
un giovin camminava innanzi a loro.
Mi feci ardita, e, presol per la mano, gli chiesi: - dove vai, bel capitano? -
Guardommi e mi rispose: - O mia sorella, vado a morir per la mia patria bella. -
Io mi sentii tremare tutto il core,
né potei dirgli: - V'aiuti 'l Signore! -
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Quel giorno mi scordai di spigolare,
e dietro a loro mi misi ad andare:
due volte si scontraron con li gendarmi,
e l'una e l'altra li spogliar dell'armi.
Ma quando fur della Certosa ai muri,
s'udiron a suonar trombe e tamburi,
e tra 'l fumo e gli spari e le scintille
piombaron loro addosso più di mille.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Eran trecento non voller fuggire,
parean tremila e vollero morire;
ma vollero morir col ferro in mano,
e avanti a lor correa sangue il piano;
fin che pugnar vid'io per lor pregai,
ma un tratto venni men, né più guardai;
io non vedeva più fra mezzo a loro
quegli occhi azzurri e quei capelli d'oro.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Una bellissima mattinata per trasmettere a tutti, giovani e meno giovani, i valori patriottici perduti in quest’Italia in realtà poco unita che ha bisogno di queste cose a tante altre ancora!
un sentito ringraziamento a Federica Graziadei (Gruppo Scrittori Ferraresi) per questo prezioso Guest Post.